Un miliardo e ottocento milioni di euro. È il valore raggiunto dal mercato italiano dell’Intelligenza Artificiale nel 2025, in crescita del 50% sull’anno precedente, secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano. Dietro quel numero c’è una scena che ogni titolare di studio conosce bene: demo che arrivano ogni settimana, newsletter che annunciano lo strumento “definitivo”, il collega che giura di aver dimezzato i tempi. E una domanda che continua a girare a vuoto: quale strumento scegliere?
È la domanda sbagliata. La domanda giusta è un’altra: per fare cosa?
L’errore di partire dallo strumento
Pensate alla fatturazione elettronica, diventata obbligatoria per la generalità delle partite IVA il 1° gennaio 2019. Lì la scelta del software era guidata da un obbligo di legge: scadenza certa, requisiti tecnici definiti, adempimento uguale per tutti. Con l’Intelligenza Artificiale è tutto rovesciato. Nessun obbligo di adozione, nessuna scadenza, un’offerta che cambia ogni tre mesi. Nessuno decide per noi. E quando nessuno decide per noi, serve un metodo.
Il metodo che manca più spesso negli studi è anche il più semplice: partire dal problema, non dal prodotto. Il titolare che compra un abbonamento perché “lo usano tutti” sta facendo un acquisto d’impulso, non una scelta organizzativa. E gli acquisti d’impulso, in uno studio, si riconoscono dopo sei mesi: licenze pagate e mai aperte, entusiasmo evaporato, collaboratori tornati alle vecchie abitudini.
Vediamo dunque quali sono i criteri che contano davvero.
.
Partite dai bisogni, non dalle demo
Prima di guardare qualsiasi strumento, guardate il vostro studio. Dove si perde tempo, concretamente? Nella redazione di documenti ripetitivi? Nella ricerca normativa e giurisprudenziale? Nelle email che assorbono due ore al giorno? Nei verbali delle riunioni che nessuno scrive?
Un esercizio pratico che proponiamo negli studi che seguiamo: per una settimana, ogni persona annota le tre attività che le hanno portato via più tempo senza generare valore per il cliente. A fine settimana avrete una mappa dei colli di bottiglia reali — non quelli immaginati. Solo a quel punto ha senso chiedersi se esiste uno strumento di Intelligenza Artificiale che aggredisce proprio quei colli di bottiglia.
Il criterio è questo: lo strumento si valuta rispetto al problema che risolve, non rispetto a quello che sa fare. Uno strumento che fa cento cose ma non tocca il vostro problema principale vale meno di uno che ne fa una sola — quella che vi serve.

I dati del cliente non sono merce di scambio
Qui il discorso si fa serio, perché tocca il cuore della professione: il segreto professionale e la fiducia del cliente. Prima di caricare qualsiasi dato su una piattaforma di Intelligenza Artificiale, il titolare deve saper rispondere ad alcune domande precise. Dove vengono trattati i dati? I contenuti inseriti vengono usati per addestrare i modelli? Esiste un contratto di trattamento dati conforme al GDPR (Regolamento UE 2016/679)? La versione in uso è quella gratuita consumer o un piano business con garanzie contrattuali?
La differenza tra versione gratuita e piano professionale non è una questione di funzionalità. È una questione di tutele. Molti servizi consumer si riservano di utilizzare i contenuti degli utenti; i piani business, in genere, lo escludono per contratto. Per uno studio professionale questa differenza vale più di qualsiasi funzione aggiuntiva.
E il quadro normativo si sta strutturando anche in Italia: la legge 23 settembre 2025, n. 132, in vigore dal 10 ottobre 2025, ha introdotto il primo quadro organico nazionale sull’Intelligenza Artificiale, in raccordo con l’AI Act europeo (Regolamento UE 2024/1689). Il legislatore sta presidiando il terreno. Chi sceglie oggi gli strumenti con criteri di riservatezza chiari, domani si troverà avvantaggiato.
Oi Dialogoi · Podcast
Non decidere e risponderne comunque: quando l’AI analizza, ma la responsabilità resta tua
Hai mai firmato un documento perché l’analisi sembrava chiara, ordinata, convincente? Con l’intelligenza artificiale questa dinamica si amplifica: report, sintesi e raccomandazioni possono guidare il lavoro, ma non possono assumersi le conseguenze. In questa puntata, il confine decisivo è tra firmare e decidere.
→ Quando delego l’elaborazione a uno strumento, dove va a finire il mio giudizio?
→ L’AI può aiutarmi a decidere o rischia di sostituire il mio discernimento?
→ Cosa significa assumersi la responsabilità di una scelta nell’era degli algoritmi?
Mario Alberto Catarozzo
Ascolta l’episodio qui sotto
Le persone prima della tecnologia
Uno strumento perfetto che nessuno usa vale zero. È il criterio più trascurato, ed è quello che decide il successo o il fallimento dell’investimento. La tecnologia non si adotta da sola: si adotta attraverso le persone.
Cosa significa in pratica? Coinvolgere i collaboratori nella scelta, prima di tutto — chi partecipa alla decisione non la sabota. Poi partire con un progetto pilota: un gruppo ristretto, un caso d’uso specifico, risultati misurati prima di estendere. E formare le persone prima di pretendere risultati. Non lo diciamo solo noi: l’AI Act ha introdotto il principio dell’alfabetizzazione all’Intelligenza Artificiale (art. 4), applicabile dal 2 febbraio 2025 — segno che anche il legislatore europeo considera la competenza delle persone un prerequisito, non un optional.
Ricordiamoci sempre che l’Intelligenza Artificiale va trattata come un cambiamento organizzativo e non come un acquisto di software. Il budget per lo strumento senza il budget per la formazione è un investimento dimezzato in partenza.
Il metodo batte la moda
Prima la mappa dei bisogni reali. Poi la verifica su riservatezza e trattamento dei dati. Infine il piano di adozione, con le persone al centro. Tre criteri e nessun nome di prodotto — perché i prodotti passano, quelli di oggi saranno superati tra un anno, mentre il metodo resta.
Il titolare che si dota di un metodo di scelta smette di rincorrere le mode: le lascia passare. E sceglie solo quando lo strumento incontra un bisogno vero, con garanzie scritte nero su bianco, per persone che sono state preparate a usarlo.
Lo strumento giusto non è il più potente. È quello che il vostro studio userà davvero.
TI È PIACIUTO QUESTO ARTICOLO?
Leggi anche: Come il coaching può essere di supporto nella nuova era dell’intelligenza artificiale
