Quiet quitting: cosa sta succedendo al mondo del lavoro?

Facebook
Twitter
LinkedIn
Email
Print

Indice dei contenuti

Non avevamo ancora digerito il termine Big Quit e Great Resignation, che ecco comparire all’orizzonte (ovviamente l’orizzonte verso gli USA) un nuovo trend in atto e relativa definizione anglofona: “Quiet Quitting”. Cominciamo con la traduzione letterale del termine, perché non è proprio immediata e che si può tradurre con “abbandono silenzioso”. Detto così, non fa presagire nulla di buono.

COS’È IL QUIET QUITTING

Innanzitutto, non stiamo parlando – come la traduzione letterale riporta – di un abbandono del posto di lavoro, a differenza delle Great Resignation, che indicano le “Grandi Dimissioni” in atto nel mondo del lavoro, soprattutto giovanile. Se di “abbandono” vogliamo parlare, qui il riferimento è all’abbandono delle forme stakanovistiche del lavoro, che per decenni hanno dettato i ritmi di migliaia di lavoratori e hanno rappresentato il cuore della mentalità insita nel lavoro. Mi spiego meglio. Da sempre sul luogo di lavoro il datore di lavoro ha chiesto il massimo impegno nell’esecuzione delle prestazioni, senso di responsabilità e auspicabilmente dedizione, se non abnegazione alla causa lavoro. In sostanza, il lavoratore non veniva valutato “solo” per l’esecuzione di quanto previsto da contratto e mansionario, ma si richiedeva auspicabilmente di più, quindi un impegno proattivo, una dedizione che dimostrasse attaccamento e qualora in più del mero “sinallagma” do ut des.

Ecco, questa tendenza viene oggi contestata dai lavoratori (almeno da chi sposa questo nuovo trend) – a maggior ragione dopo la pandemia – che vogliono limitarsi a fare il necessario, quanto previsto da contratto e niente più. Il trend, quindi, di chi aderisce a questa filosofia è di dedicare al lavoro il tempo necessario, senza straordinari e senza l’assunzione di responsabilità, ruoli o attività che esulano dal proprio ruolo e contratto di lavoro.

DOVE NASCE?

Il fenomeno nasce dai paesi anglosassoni e in particolare dagli USA, dove su TikTok, l’hashtag #quietquitting ha raggiunto in pochissimi giorni ben 8,2 milioni di visualizzazioni. I social per l’ennesima volta si dimostrano uno straordinario strumenti di diffusione di tendenze, in quanto è facile e veloce la condivisione di idee, che diventano topics o trend. TikTok sappiamo poi che è il social dei più giovani e infatti sono loro i più sensibili al work life balance e quindi a tutto ciò che può restituire tempo libero per le passioni e qualità di vita. Non a caso la Generazione Y è anche la c.d. generazione YOLO (You Only Live Once = si vive una volta sola). La tendenza che si sta diffondendo tra i giovani (e non solo) è dunque un’inversione di tendenza rispetto al passato: se prima lavorare tanto era un must, accompagnato dalla cultura del senso di responsabilità e spesso dal senso di colpa, ora lavorare il giusto è la tendenza. Non si vive per lavorare, ma si lavora per vivere, questo è il nuovo mantra delle nuove generazioni.

COME VIENE INTERPRETATO

Il vero rischio che oggi si corre è che vi possa essere una deriva di un trend, in realtà, che ha un suo perché e una sua logica, cioè dedicare il giusto tempo al lavoro (soprattutto se il lavoro non rientra nelle tue passioni) e dedicare il giusto tempo ad una vita sana sotto tutti i punti di vista. Tuttavia, si è già verificato che le interpretazioni di questo nuovo filone prendessero la tangente e si cominciasse a parlare di lavorare il minimo indispensabile, di lavorare poco, di imparare a dire di no più spesso e così via. Ciò, ovviamente, ha creato diverse preoccupazioni in azienda e tra i datori di lavoro, che hanno temuto che la filosofia diventasse quella del “lazzarone” al lavoro, del fancazzista e del burocrate che fa “melina” per non fare di più.

COME DEVE ESSERE INTERPRETATO

La vera e corretta lettura di questo fenomeno può avvenire solo mettendolo in abbinamento ad un precedente trend, soprattutto di matrice americana, chiamato hustle culture, cioè la tendenza nel mondo del business di dedicare l’intera vita al lavoro, giungendo in molti casi al wokhaolic, chi è malato di lavoro, fino al burnout, l’esaurimento nervoso, per dirla come le nostre nonne. Le cause di questo precedente trend sono legate al mito del guadagno, al mito del successo, al mito del lavoro come unica fonte di realizzazione, che poi in epoca pandemica è esploso occupando le intere giornate di manager e dipendenti, senza più distinzione tra vita privata e lavorativa.

Secondo una ricerca condotta dalla Harvard Business Review, invece, questo trend denominato Quiet Quitting è una reazione più che all’eccessivo lavoro, alle pessime relazioni che si instaurano spesso con i propri team leader, i manager a capo delle divisioni e reparti e che portano le persone a non vedere l’ora di uscire dall’ufficio e “reagire” alle condizioni di lavoro facendo, appunto, il minimo per non essere passibili di essere ripresi dai superiori, ma niente più. Come dire: l’azienda non si merita di più da me.

Qualunque sia la vera fonte di questo nuovo trend, una cosa è certa: 

i dipendenti si sono resi conto di non essere sufficientemente coinvolti 

nella vita aziendale e nei progetti aziendali e in alcuni casi ciò è frutto di specifiche 

scelte aziendali, in altri è frutto di incapacità dei manager di coinvolgerli.

Se questo un tempo non era così evidente a molti ed era vissuto come “normale”, oggi non lo è più, perché i collaboratori vogliono di più che la “semplice” retribuzione dal proprio posto di lavoro: vogliono condivisione, sentirsi parte attiva, potersi realizzare e crescere in un ambiente sano dove trascorrere buona parte della propria vita. Se questo non accade cambiano – ed ecco le Great Resignation – oppure restano, ma danno il minimo rispetto agli incarichi per cui sono pagati.

Non a caso nel nostro master dedicato ai professionisti MASTER IN BUSINESS un intero modulo è dedicato al Great Resignation.

VUOI ACQUISIRE NUOVE COMPETENZE MANAGERIALI?
ISCRIVITI AL NOSTRO CORSO “MASTER IN BUSINESS

TI È PIACIUTO QUESTO ARTICOLO?

Leggi anche: “Come vincere le paure

Risorse correlate

Mario Alberto Catarozzo

Mario Alberto Catarozzo è Formatore, Business Coach professionista e Consulente specializzato nel mercato dei liberi professionisti e degli studi professionali dell’area giuridica-economica (avvocati, notai, consulenti del lavoro, commercialisti), dei manager e degli imprenditori. Founder PartnerCEO di MYPlace Communications, società dedicata alla consulenza, formazione e marketing per il mondo del business, lavora da oltre 25 anni nel mondo delle professioni ed è Coach certificato ICF (Internationale Coach Federation), con specializzazione in PNL (Practitioner e Master Practitioner), Problem Solving e Negoziazione. Speaker in diversi programmi radio e podcast, è direttore di collana e autore di manuali e saggi. Collabora con Università, Ordini professionali e Associazioni di categoria sulla formazione manageriale e imprenditoriale per professionisti (soft skills) e aziende.
Formatore, Business Coach professionista e Consulente, sono specializzato nel mercato dei liberi professionisti e studi professionali dell’area giuridica-economica: avvocati, notai, consulenti del lavoro, commercialisti, manager e imprenditori. Sono CEO di MYPlace Communications, società dedicata al marketing e comunicazione per il mondo business e da oltre 20 anni mi occupo di comunicazione ed editoria (sono stato manager in Maggioli Editore e Il Sole 24 Ore). Ho conseguito la qualifica di Licensed NLP Coach™ rilasciata dalla Society of NLP di Richard Bandler (USA) e ho due specializzazioni: Team Coach Professionista e Life Coach Professionista. Ho due livelli di specializzazione in PNL, Practitioner e Master Practitioner. Presso la STC Nardone Group mi sono formato in Problem Solving e Coaching Strategico®. Speaker al TEDxModena e al Philip Kotler Marketing Forum, collaboro con diverse Università, Ordini professionali e Associazioni di categoria sulle tematiche soft skills e strumenti di managerialità. Sono direttore della collana Studi Professionali di Alpha Test Editore, dedicata alle soft skills e strumenti di managerialità per professionisti e studi professionali, e autore di diverse pubblicazioni in tema di soft skills e crescita personale e professionale. Sono Associate Certified Coach (ACC), presso la International Coach Federation (ICF) e Coach Professionista Associato AICP (Associazione Italiana Coach Professionisti).

Luciana Lauber

Luciana Lauber è Formatore, Business Coach professionista e Consulente specializzata nel mercato degli studi professionali: per 20 anni General Manager di Studi Legali Internazionali, specializzata di start-up, in Italia e all’estero, e di percorsi di carriera all’interno degli studi professionali. 
Da Gennaio 2020 PartnerGeneral Manager di MYPlace Communications, società dedicata alla consulenza, formazione e marketing per il mondo business.
Professional Coach e Team Coach ICF (International Coach Federation) nonché Practitioner in PNL, con specializzazione in Consulenza Organizzazione e Marketing.

Formatore, Business Coach professionista e Consulente, sono specializzata nel mercato degli studi professionali: per anni sono stata General Manager di Studi Legali Internazionali. Mi sono occupata di start-up, in Italia e all’estero, e di percorsi di carriera all’interno degli studi professionali. Sono specializzata in Organizzazione e Marketing. 
Da Gennaio 2020 sono Responsabile del Business Development per il coordinamento delle attività strategiche di MYPlace Communications, società dedicata al marketing e comunicazione per il mondo business.
Ho conseguito la qualifica di Professional Coach e Team Coach riconosciuta da ICF (International Coach Federation) e ho conseguito inoltre il Practitioner in PNL (Unicomunicazione Srl NLP Italy School).