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Parole che abbattono muri

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26 giugno 1963. Una data che resterà memorabile per una frase: “Ich bin ein Berliner“. Io sono un berlinese. A pronunciarla non fu uno qualunque, bensì John Fitzgerald Kennedy, allora Presidente degli Stati Uniti d’America. Neppure il luogo fu uno qualunque, eravamo nella Rudolph Wilde Platz, di fronte alla sede dell’allora Parlamento e Governo di Berlino Ovest. In trenta secondi di discorso JFK aveva colpito al cuore i Berlinesi, già duramente provati da due anni di separazione dai fratelli dell’Est dal muro (Berliner Mauer) che divise letteralmente in due la città dalla sera al mattino.

Era giovane il Presidente e rimase attonito di fronte ad uno dei più brutali segni dell’umana privazione di libertà, un recinto di cemento e filo spinato che solcava l’anima della città e dei Berlinesi. Rimase così colpito JFK che non seguì il discorso ufficiale che gli era stato scritto, ma di fronte alle croci bianche che già accompagnavano in tutta la sua estensione il muro, in memoria di coloro che lo avevano sfidato, il Presidente affidò a quell’anima così duramente provata le sue parole: “Duemila anni fa l’orgoglio più grande era poter dire io sono un cittadino romano (civis Romanus sum). Oggi nel mondo libero, l’orgoglio più grande è dire Ich bin ein Berliner (io sono un cittadino berlinese). Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano sono cittadini di Berlino. Quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole Ich bin ein Beliner“. La folla accorsa a vedere e sentire il Presidente americano tuonò all’unisono un urlo di dolore e liberazione insieme. Fu questa una delle frasi più memorabili della storia.

Passò un quarto di secolo e quell’odiato simbolo di oppressione pareva resistere nel suo scopo: soffocare ogni anelito di libertà. Poi, in un giorno qualunque, quando nessuno se lo sarebbe aspettato – e infatti furono colti tutti di sorpresa tra i poteri dell’allora Berlino Est – accadde qualcosa. Siamo a Lipsia, è lunedì 2 ottobre 1989. Un famoso direttore d’orchestra dichiara: “Non può andare avanti così”. Ecco, la miccia è stata accesa e la scintilla della libertà comincia il suo inesorabile viaggio verso il suo destino. Scendono in piazza prima 50mila, poi 150mila, poi mezzo milione di persone nell’Alexander Platz a gridare “Il potere è per strada”. Siamo ancora nella Berlino Est. Nella Berlino dove non c’è libertà, dove la Stasi, 85mila agenti, teneva sotto controllo milioni di cittadini con dossier segretissimi. Il 9 novembre la scintilla aveva consumato la miccia e l’esplosione attesa avvenne. Ore 18.57, conferenza stampa a Berlino Est ripresa in diretta dalla tv di Stato: un giornalista alza la mano e chiede al portavoce del Partito Socialista (SED) Schabowski: “quando sarà concesso ai cittadini di viaggiare liberamente?”. Inaspettatamente rispose: “Possono andare dovunque vogliono e nessuno li fermerà“. Tutto il mondo rimase attonito. Era il momento dell’esplosione. Non si era reso conto Schabowski dell’effetto che le sue parole avrebbero avuto. Migliaia di persone si presentarono davanti ai numerosi posti di controllo del Muro a Berlino Est dove la Polizia senza ordini precisi rimaneva immobile. Dall’altra parte del Muro, a Berlino Ovest i concittadini increduli si radunavano intorno al Muro in attesa, cantando inni e abbracciandosi, finchè un primo, poi un secondo, poi migliaia di cittadini si arrampicarono sul Muro agitando le bandiere. La deflagrazione stava compiendo il suo compito: sgretolare la barriera di cemento e ferro. Ciò che aveva diviso per due generazioni sogni e speranze stava crollando in un attimo. Da Est fu aperto un primo varco in cui si incanalò la folla come il vapore da una valvola a pressione. Se anche un solo poliziotto avesse aperto il fuoco forse la storia avrebbe preso un altro corso. Ma così non fu. Senza ordini precisi la Polizia rimase inerme. Si sentirono dei colpi, ma erano tappi di champagne che saltavano per la gioia, non pallottole. Fu quella la più grande battaglia della storia che si concluse senza un colpo di arma da fuoco e senza spargimento di sangue. E tutto questo per una frase, forse improvvisata, non ponderata, sfuggita ad un uomo che accese come un lampo in un cielo nero e carico le coscienze di un popolo.

Un vecchio scese in pigiama con sopra il solo cappotto trascinando per mano la moglie incredula e gridando: “E’ accaduto, è accaduto davvero!”.

Qualcuno pensa ancora, cari amici, che le parole non abbiano peso?

Buon Anno a tutti e che sia un 2012 meraviglioso! Può accadere, può accadere davvero, se lo vogliamo!

Mario Alberto Catarozzo - Founder Partner & CEO MYPlace Communications

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    Mario Alberto Catarozzo

    Formatore, Business Coach professionista e Consulente, è specializzato nell’affiancare professionisti, manager e imprenditori nei progetti di sviluppo e riorganizzazione.
    È fondatore e CEO di MYPlace Communications, società dedicata al marketing e comunicazione nel business. Nella sua carriera professionale è stato dapprima professionista, poi manager e infine imprenditore. Per questa ragione conosce molto bene le dinamiche aziendali e del mondo del business. Si è formato presso le migliori scuole di coaching internazionali conseguendo le maggiori qualifiche del settore.
    Collabora con Enti, Istituzioni e Associazioni professionali e di categoria e lavora con aziende italiane e internazionali di ogni dimensione, dalle pmi alle multinazionali.
    È autore di numerosi volumi dedicati agli strumenti manageriali e di crescita personale e professionale. È direttore della collana Studi Professionali di Alpha Test Editore e autore de “Il Futuro delle professioni in Italia” edito da Teleconsul editore.
    Professional Certified Coach (PCC), presso la International Coach Federation (ICF).
    Per sapere di più sulle attività di formazione, coaching, consulenza e marketing visita i siti:

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