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Lavoro e rischio sostituzione: non esiste se fai questo

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C’è una scena che si ripete, con piccole varianti, ogni volta che tengo un corso sull’AI nelle aziende o negli studi professionali. Alzo lo sguardo dalla slide, guardo i partecipanti e vedo due tipi di facce. I primi annuiscono, prendono appunti, fanno domande. I secondi hanno le braccia conserte e uno sguardo che dice, senza parole: “Sì, certo, molto interessante. Ma io non cambio.”

Ecco: è quella seconda categoria che rischia davvero il posto di lavoro.

Non per colpa dell’intelligenza artificiale. Per colpa propria.

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La domanda sbagliata

Da anni sento la stessa domanda: “L’AI mi ruberà il lavoro?”

È la domanda sbagliata. E non lo dico per rassicurare, lo dico perché è letteralmente la domanda che porta nella direzione opposta a quella utile.

La domanda giusta è un’altra: “Sono il tipo di professionista che un’azienda vuole tenere, anche quando l’AI fa la metà del lavoro che faceva lui?”

Questa è la domanda che vale la pena farsi. Con onestà.

Partiamo dai dati. Secondo il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum, il 59% della forza lavoro globale avrà bisogno di upskilling o reskilling entro il 2030. Il 39% delle competenze attuali rischia di trasformarsi o diventare obsoleto nello stesso arco di tempo. In Italia, il mercato dell’intelligenza artificiale è cresciuto del 58% nel solo 2024, secondo l’Osservatorio AI del Politecnico di Milano. Il 78% delle organizzazioni a livello globale dichiara di usare già l’AI in almeno una funzione aziendale.

Non stiamo parlando di futuro. Stiamo parlando di adesso.

Chi rischia davvero

Chiariamo subito una cosa: la ricerca è univoca sul punto. In Italia, al momento, non si registra un effetto di sostituzione diretta del lavoro umano con l’intelligenza artificiale. Lo hanno confermato uno studio congiunto di EY, ManpowerGroup e Sanoma, e lo ribadisce ogni analisi seria sul tema.

Quello che succede, però, è più sottile. E per certi versi più pericoloso.

L’AI non sostituisce le persone in blocco. Sostituisce i compiti. E chi basa il proprio valore professionale su una serie di compiti ripetitivi, standardizzabili, automatizzabili — senza aver sviluppato nulla al di sopra di essi — si ritrova improvvisamente esposto.

Non viene licenziato da un robot. Semplicemente smette di essere indispensabile.

C’è una differenza enorme. E quella differenza si chiama posizionamento professionale.

Chi rischia davvero non è chi fa un lavoro “esponibile all’AI”. Rischia chi non ha mai smesso di fare esattamente quel lavoro, anno dopo anno, senza costruire nulla intorno. Chi sa fare le cose, ma non sa più perché le fa. Chi conosce la procedura, ma non sa gestire l’eccezione. Chi compila il documento, ma non sa interpretare il contesto.

L’AI è bravissima a fare ciò che già sai fare. È completamente inutile per fare ciò che solo tu puoi fare.

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Il vantaggio di chi si forma

Tiriamo una riga. Esiste, in questo momento, una finestra di opportunità enorme e dura poco: chi impara a usare l’intelligenza artificiale adesso acquisisce un vantaggio competitivo reale, misurabile, spendibile sul mercato del lavoro. Non perché diventa un tecnico AI. Perché diventa un professionista aumentato.

Il concetto è semplice: l’AI amplifica le tue capacità esistenti. Un avvocato che sa usare l’AI per la ricerca giurisprudenziale non è un avvocato sostituito: è un avvocato che fa in due ore quello che prima richiedeva due giorni, e può dedicare il tempo risparmiato al ragionamento strategico, alla relazione col cliente, alla gestione del caso complesso. Un commercialista che usa l’AI per l’analisi dei dati di bilancio ha più tempo per la consulenza e meno per l’inserimento manuale.

Non stanno diventando meno bravi. Stanno diventando più forti.

McKinsey descrive questo paradigma con il termine “superagency“: l’AI come strumento che amplifica creatività umana, capacità decisionale e impatto, non come sostituto. È esattamente quello che vedo accadere nei professionisti che hanno deciso di formarsi, nei manager che hanno smesso di avere paura e hanno cominciato ad allenarsi.

Le aziende lo sanno. Il 64% delle imprese italiane prevede già un aumento dei budget per formazione e upskilling. Il 43% degli HR manager italiani indica la formazione dei dipendenti come la principale sfida operativa per i prossimi dodici mesi. I datori di lavoro non stanno cercando di liberarsi dei collaboratori. Stanno cercando di capire chi, tra i loro collaboratori, vale la pena potenziare.

La domanda che si pongono — in modo spesso implicito — è: questo qui cresce con l’AI, o resiste all’AI?

Cosa fare, concretamente

L’upskilling sull’AI non significa diventare ingegneri del machine learning. Significa acquisire padronanza degli strumenti che esistono già e che cambiano il modo di lavorare ogni giorno.

Per un manager, per un dipendente di studio, per un professionista che vuole restare rilevante, il percorso ha tre livelli.

Primo livello: uso. Imparare a usare gli strumenti di AI generativa per le attività quotidiane. Redazione, ricerca, sintesi, analisi di documenti, bozze di comunicazioni. Chi non ha ancora integrato uno strumento AI nel proprio flusso di lavoro quotidiano è già indietro.

Secondo livello: integrazione. Imparare a connettere l’AI con i propri processi specifici. Non usarla come giocattolo, ma come collega. Capire quando affidarle un compito, come darle istruzioni precise, come verificare l’output. Questo è il livello dove si costruisce efficienza reale.

Terzo livello: posizionamento. Usare le competenze AI per fare cose che prima erano impossibili. Analisi che richiedevano consulenti esterni. Report che richiedevano giorni. Ricerche che richiedevano settimane. Chi arriva a questo livello smette di essere un esecutore e diventa un moltiplicatore.

Questi tre livelli non si acquisiscono da soli. Richiedono formazione strutturata, accompagnamento, pratica. Richiedono qualcuno che non ti dica cos’è l’AI, ma ti mostri come usarla nel tuo lavoro specifico.

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La verità che nessuno dice

C’è una cosa che raramente si dice con chiarezza, in questi dibattiti sul futuro del lavoro.

I datori di lavoro non vogliono sostituire le persone con l’AI. Vogliono persone che usino l’AI per fare di più. È una differenza enorme, e ha implicazioni pratiche immediate.

Un collaboratore che sa usare l’AI vale di più. Non perché è più obbediente o più addomesticato. Perché produce di più, sbaglia meno sulle operazioni standard e libera energie per ciò che conta davvero: il giudizio, la relazione, la decisione strategica.

Chi si forma diventa più difficile da sostituire, non più facile.

L’unico rischio reale è non aggiornarsi. Tutto il resto è rumore.

Ho lavorato con decine di studi professionali, con manager di PMI strutturate, con professionisti di ogni tipo. La differenza tra chi prospera e chi fatica non sta nel settore, non sta nell’anzianità, non sta nelle dimensioni dell’azienda. Sta nella disponibilità ad imparare. Sempre. Anche — e soprattutto — quando sarebbe più comodo fermarsi.

L’intelligenza artificiale non è la fine del lavoro come lo conosciamo. È la fine del lavoro mediocre, ripetitivo, non valorizzato.

Per chi sa fare le cose con testa e con metodo, e ha il coraggio di aggiornarsi, è il momento più interessante degli ultimi vent’anni.

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Mario Alberto Catarozzo - Founder Partner & CEO MYPlace Communications

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    Mario Alberto Catarozzo

    Formatore, Business Coach professionista e Consulente, è specializzato nell’affiancare professionisti, manager e imprenditori nei progetti di sviluppo e riorganizzazione.

    È fondatore e CEO di MYPlace Communications, società dedicata al marketing e comunicazione nel business. Nella sua carriera professionale è stato dapprima professionista, poi manager e infine imprenditore. Per questa ragione conosce molto bene le dinamiche aziendali e del mondo del business. Si è formato presso le migliori scuole di coaching internazionali conseguendo le maggiori qualifiche del settore.

    Collabora con Enti, Istituzioni e Associazioni professionali e di categoria e lavora con aziende italiane e internazionali di ogni dimensione, dalle pmi alle multinazionali.
    È autore di numerosi volumi dedicati agli strumenti manageriali e di crescita personale e professionale. È direttore della collana Studi Professionali di Alpha Test Editore e autore de “L’evoluzione delle professioni verso il 2030” edito da TeleConsul Editore.
    È Docente di Intelligenza Artificiale e collabora con Università – docente universitario a contratto in “Management della Trasformazione Digitale” presso la UNICUSANO e in “Human Resource Management” presso UniEticPmi dell’Università degli Studi Guglielmo Marconi. Collabora con Enti, Quotidiani, Editori sui temi dell’intelligenza artificiale e tematiche manageriali per gli studi professionali e le imprese. È stato Professional Certified Coach (PCC), è oggi associato alla ICF Global International (ICF).

    Per sapere di più sulle attività di formazione, coaching, consulenza e marketing visita i siti: www.myp.srl – www.mariocatarozzo.it – www.puntosudime.it. Per info e contatti: m.catarozzo@myp.srl.