55,3% questa è la quota di avvocati che oggi usa strumenti di intelligenza artificiale nel lavoro tutti i giorni. Un anno fa era ferma al 27,5%. Questo dato ci viene riportato dal X Rapporto sull’Avvocatura di Cassa Forense e Censis, presentato alla Camera dei Deputati il 29 aprile 2026. L’indagine è stata condotta su circa 31.000 avvocati. Se facciamo bene i conti, c’è stato praticamente un raddoppio in soli 12 mesi. Questo dato, un tempo, lo avremmo ottenuto in un decennio.
Passiamo ora ai dati forniti dall’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale del Politecnico di Milano che riporta una spesa di circa 10.500 euro medio annuo studio legale italiano come investimento in tecnologia. Se confrontato con i dati riportati per i commercialisti – che si collocano a circa 14.450 euro per studio – e dei consulenti del lavoro – che si collocano a circa 14.700 euro – il dato degli avvocati risulta essere il più basso delle tre categorie.
Questione di mentalità e organizzazione
Se proseguiamo a parlare di numeri, oggi sono circa il 36% degli studi legali che adottano l’intelligenza artificiale che non sia già integrata in gestionali. Di questo 36% una parte (circa il 27%) appartiene ai micro studi e un’altra (il 62%) ai grandi studi. Capite che, considerato il modesto investimento economico, ciò che distingue i piccoli dai grandi studi non è più una questione di budget, bensì di mentalità e di organizzazione.
Sempre secondo il rapporto del 2026, circa il 66,2% degli avvocati italiani è titolare di uno studio monopersonale: questo comporta che molto spesso il sapere accumulato, magari in una vita di professione, resta patrimonio personale e non dell’organizzazione. Il sapere e l’esperienza risiedono in sostanza nella testa del titolare o del socio che le porta con sé.
Questo modello oggi incontra diversi limiti, sia perché gli studi monopersonali e più in generale gli studi di piccole dimensioni, i famosi studi boutique, stanno per essere sostituiti da studi di dimensioni medio-grandi o molto grandi, sia perché il sapere sempre più viene condiviso all’interno degli studi come patrimonio comune e non del singolo. Oggettivizzare il sapere vuol dire creare un patrimonio comune dello studio a cui possono attingere tutti i collaboratori e che può permanere e accompagnare lo studio anche nelle sue vicende future, per esempio la vendita dello studio, aumentandone decisamente il valore.
Nel Rapporto Censis, questo fenomeno è definito in maniera molto chiara come “una concezione ancora fortemente proprietaria del lavoro legale, che tende a identificare la competenza come patrimonio da trattenere”. Quindi trattenere, non depositare.
L’ approccio, che ha accompagnato diverse generazioni di professionisti facendone la fortuna, e se portato avanti ancora oggi, si scontra con una realtà completamente diversa. Infatti, se il patrimonio è da trattenere, non può essere messo a disposizione dello studio e conseguentemente l’intelligenza artificiale che fonda la sua efficacia proprio su dati e sulle informazioni non può svolgere appieno la sua funzione di supporto e di valorizzazione.
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Come organizzare lo studio e perché
Vediamo ora in concreto quali sono gli accorgimenti organizzativi che uno studio – qualunque sia la sua dimensione – deve adottare se vogliamo che l’intelligenza artificiale abbia fondamenta solide e possa così valorizzare e amplificare questo patrimonio intangibile, rendendolo un patrimonio tangibile.
Contenuto e video realizzati con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale, sotto il controllo e supervisione di Mario Alberto Catarozzo
I quattro pilastri
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Il primo è la necessità di avere un solo luogo dove organizzare tutto il sapere.
Non sto parlando di un software, ma di un luogo digitale: atti, modelli, pareri, memorie devono stare in un posto unico con dei nomi chiari, in modo tale che siano facilmente catalogabili. Può sembrare banale, ma se voi provate ad entrare in uno studio legale oggi, troverete il più delle volte che ogni collaboratore o ogni dipartimento ha le proprie versioni, i propri modelli, li ha personalizzati e anche con una certa gelosia li tiene per sé. Questo vuol dire frammentare il sapere e portarselo via quando si cambia studio, invece che creare tutti insieme basi solide e durature.
Il secondo è rappresentato dalla memoria delle scelte effettuate.
Questa parte, che molto spesso non viene proprio considerata, è invece fondamentale. Quando depositiamo un atto, quest’atto ci dice cosa c’è dentro, ma non ci dice qual è stato il processo per arrivarci, il ragionamento giuridico e il contesto in cui si inserisce. Non dice il perché, per esempio, avete inserito quella eccezione in un’altra, il perché avete scelto una transazione piuttosto che la via giudiziale, il perché avete lasciato cadere un motivo di appello. Basterebbero invece poche righe scritte alla chiusura del fascicolo per dare contesto e memoria. Questo servirebbe sia all’intelligenza artificiale che ai singoli collaboratori in studio.
Un terzo pilastro è rappresentato da regole chiare.
Infatti, il segreto professionale non è una questione informatica: è lo stesso articolo 13 del Codice deontologico forense a prevederlo. Quindi prima di far entrare uno strumento dentro lo studio e mettergli a disposizione il patrimonio dello studio stesso vanno messe per iscritto regole (policy) chiare: cosa può fare, cosa può essere caricato, cosa può uscire e cosa no.
L’ultimo dei quattro pilastri è rappresentato da una persona che si occupi di tenere aggiornato e di tener coordinato questo patrimonio su cui si baserà l’intelligenza artificiale.
Un patrimonio senza un vero e proprio custode tende nel tempo a disperdersi. Serve dunque un incarico ben preciso ad una persona che abbia il compito di aggiornare i modelli, di archiviare le decisioni, di tenere aggiornato e coordinato tutto questo patrimonio. Basterebbe anche mezza giornata alla settimana perché tutto viaggi in linea con i suoi titolari.
Qual è la prima vera difficoltà che si incontra nel mondo forense?
Beh, la prima difficoltà è culturale e di mentalità: attaccamento alle abitudini e tradizioni, paura di avvicinarsi all’intelligenza artificiale – che è dichiarata da ben il 47,1% degli intervistati – mentre il 42,8% degli avvocati intervistati dichiara il timore che l’intelligenza artificiale possa fare errori e ritiene che sia poco affidabile per le attività forensi.
La fotografia della professione forense in Italia
Così come abbiamo aperto chiudiamo con dei dati. Infatti, sempre secondo questa ricerca del 2026, il 44,7% degli avvocati italiani oggi non usa alcuno strumento di intelligenza artificiale; sopra i 64 anni di età, la quota sale al 61,2%, mentre sotto i 40 anni scende al 29,7%. Questo vuol dire che l’approccio all’intelligenza artificiale è anche una questione generazionale.
Fermarsi però ai dati così freddi serve a poco. I dati vanno interpretati. L’elemento su cui voglio concentrare l’attenzione è che non si tratta più solo di sapere usare questi strumenti, quindi di un tema di competenza, si tratta prima di tutto di un tema di mindset, quindi di mentalità, approccio. In futuro vedremo due tipologie di utilizzatori: chi utilizzerà l’AI on demand e avrà un beneficio limitato e chi invece integrerà i flussi di lavoro con questi strumenti, cioè non la userà semplicemente, ma vi lavorerà insieme.
Cosa serve perché ciò accada? Servono dati puliti, completi, aggiornati, aggregati.
Pensate ad un’esperienza di non molti anni fa, il 2019, quando è entrata in vigore la fatturazione elettronica. Gli studi che avevano già in ordine tutti i loro dati, tutto sommato se la sono cavata in una o due settimane. Gli altri hanno messo mesi e non per colpa del software, ma per la disorganizzazione alla base. L’AI, ricordiamolo sempre, se ha dati di qualità è molto potente ed efficace, in mancanza è un ulteriore elemento di caos.
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