Per trent’anni nessuno ci ha fatto troppo caso, ma il lavoro più noioso dello studio era anche la sua scuola migliore. Le visure rifatte tre volte, le ricerche di giurisprudenza a notte fonda, la prima bozza di un atto stracciata dal titolare, il controllo riga per riga di una dichiarazione: roba ingrata, ripetitiva, pagata poco.
È esattamente lì che un giovane diventava un professionista.
Oggi quel lavoro lo fa l’intelligenza artificiale in pochi minuti. Bene per i conti dello studio, ma resta una domanda che molti si cominciano a porre: se la macchina fa la gavetta al posto dei giovani, chi forma i giovani?
Il lavoro noioso era una palestra
Il praticante avvocato che ha letto duecento contratti prima di scriverne uno non ha imparato il diritto: ha imparato a sentire quando una clausola non torna, a fiutare il rischio prima ancora di saperlo spiegare. Il giovane commercialista che ha seguito cinquanta dichiarazioni a fianco del titolare ha sviluppato un istinto per i numeri che non quadrano.
È un sapere che nessun corso trasferisce, perché non è teoria: è esperienza sedimentata, costruita per ripetizione, errore e correzione. La gavetta non era un rito di passaggio inutile, era il modo, silenzioso e implicito, con cui lo studio trasformava un laureato in un professionista capace di decidere.
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Ora quel lavoro lo fa la macchina
Ora l’AI scrive la prima bozza, fa la ricerca, incrocia i documenti, prepara la visura in pochi minuti. Per lo studio è sicuramente un guadagno netto di marginalità ed è giusto coglierlo. Il problema è che, togliendo il lavoro di base, togliamo anche il terreno su cui i giovani si allenavano.
Tutto questo, inoltre, arriva su un mercato già fragile. Il Rapporto Censis–Cassa Forense sull’avvocatura 2025 fotografa una professione che si restringe: dal 2020 quasi 12.000 iscritti in meno, da circa 245.000 a 233.000, con le cancellazioni che ormai superano le nuove iscrizioni.
E chi entra fatica: un avvocato under 30 guadagna in media poco meno di 1.400 euro al mese. Pochi giovani, quindi, e per giunta a rischio di saltare proprio quella gavetta che li avrebbe resi indispensabili.

Il rischio vero non è la sostituzione
Si parla sempre del giovane soppiantato dalla macchina, ma il pericolo più serio è un altro: una generazione di professionisti chiamata a supervisionare un lavoro che non ha mai imparato a fare.
Perché l’AI sbaglia e lo fa in modo plausibile.
Per accorgersi che una clausola generata è una trappola, che un calcolo suona male, che una citazione semplicemente non esiste, serve proprio quel giudizio che si costruiva facendo, a mano, il lavoro che oggi deleghiamo. Senza gavetta, il giovane non controlla l’AI: la firma e basta; un professionista che firma senza saper riconoscere l’errore non è certo più veloce, è solo più esposto.
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Non decidere e risponderne comunque: quando l’AI analizza, ma la responsabilità resta tua
Hai mai firmato un documento perché l’analisi sembrava chiara, ordinata, convincente? Con l’intelligenza artificiale questa dinamica si amplifica: report, sintesi e raccomandazioni possono guidare il lavoro, ma non possono assumersi le conseguenze. In questa puntata, il confine decisivo è tra firmare e decidere.
→ Quando delego l’elaborazione a uno strumento, dove va a finire il mio giudizio?
→ L’AI può aiutarmi a decidere o rischia di sostituire il mio discernimento?
→ Cosa significa assumersi la responsabilità di una scelta nell’era degli algoritmi?
Mario Alberto Catarozzo
Ascolta l’episodio qui sotto
Come si forma un giovane oggi, in concreto
Non si torna indietro e non avrebbe senso, pertanto si deve cambiare il metodo in tre direzioni.
La prima: usare l’AI come palestra, non come scorciatoia. Il praticante prima ragiona da solo sul caso, poi confronta il suo risultato con quello della macchina e studia le differenze. Impara nel confronto, non nel copia-incolla.
Poi, rendere esplicito ciò che prima era implicito. La vecchia formazione per osmosi – stai accanto al titolare e assorbi – non basta più, perché è venuto a mancare il lavoro ripetitivo che la alimentava. Al suo posto servono affiancamento vero, revisione critica degli output, casi reali commentati passo passo.
Infine, spostare il giovane dalla produzione alla verifica consapevole. Il suo compito non è più fare la bozza, ma imparare a smontarla: dove l’AI sbaglia, perché, cosa ha tralasciato. È un’abilità più alta della precedente, e proprio per questo va insegnata, non data per scontata.
A ciò aggiungiamo anche la “cultura” nell’uso dell’AI: se invece di chiedere subito il risultato, chiediamo all’AI di eslicitare il ragionamento giuridico che intende sostenere, la strategia che vuole seguire e perché quella e non altre, allora impariamo a ragionare insieme all’AI e quindi l’uso dell’AI diventa una collaborazione e una palestra e non una bacchetta magica che restituisce a comando un risultato.
Questa “cultura” è esattamente il cuore dei percorsi AI Revolution che porto avanti negli ultimi anni: usare questi strumenti per potenziare le persone, non per svuotarle. Non si tratta di imparare solo le funzionalità, si tratta di saper interagire con questi strumenti per farci potenziare e non sostituire. Se vuoi ricevere ogni settimana analisi e strumenti come questo, iscriviti alla newsletter di MYPlace.
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