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I primi effetti dell’AI sul mercato del lavoro italiano

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Il mercato dell’Intelligenza Artificiale in Italia ha chiuso il 2025 con un valore di 1,8 miliardi di euro, un aumento del 50% rispetto all’anno precedente. L’anno prima era stato +58%. La curva sale, e sale velocemente. Ma c’è una domanda che non possiamo più rimandare. Tutto questo denaro che entra nella macchina AI, dove va? Cosa sostituisce? Chi paga il conto? Parliamo di lavoro, di persone, di posti di lavoro.

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Un fenomeno già avviato

Chiariamo subito che l’AI non sta ancora smantellando il mercato del lavoro italiano. Sarebbe falso affermarlo. Secondo il Boston Consulting Group, solo il 3% delle aziende italiane prevede di licenziare dipendenti a causa dell’AI nel breve periodo. La media globale è al 7%. Siamo indietro, anche su questo. Ma “non ancora” non significa “mai”. E intanto, qualcosa si sta muovendo.

Guardando oltre confine, le Big Tech hanno tagliato oltre 100.000 posti di lavoro nel 2025, con Amazon, Meta, Google e Intel in prima fila. Challenger, Gray & Christmas — società americana specializzata nel monitoraggio dei licenziamenti — ha stimato che circa 55.000 di questi tagli sono direttamente attribuibili all’AI. Poco più dell’1% del totale. Ma è un inizio. E gli inizi, nella storia delle rivoluzioni tecnologiche, tendono a essere solo il prologo.

Il caso che ha fatto più rumore è quello di Klarna, la fintech svedese dei pagamenti. Tra il 2022 e il 2024 ha ridotto la propria forza lavoro del 40%, dichiarando che l’AI poteva svolgere buona parte delle mansioni umane. Risultato? Ha dovuto parzialmente tornare sui propri passi e riassumere personale.

In Italia, il fenomeno è più sotterraneo. Non si vedono ancora licenziamenti di massa. Si vede altro: una riduzione silenziosa dei nuovi ingressi. Posizioni che si liberano e non vengono rimpiazzate. Funzioni redistribuite a chi resta, con l’AI come supporto. È il cosiddetto “svuotamento progressivo delle mansioni”: il ruolo resta, ma si svuota di contenuto e di valore economico. La precarietà aumenta prima ancora del licenziamento formale.

3,8 milioni di posti a rischio: i numeri italiani

L’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano ha prodotto la stima più citata: entro il 2033, circa 3,8 milioni di posti di lavoro equivalenti potrebbero essere automatizzati in Italia. Su un potenziale del 50% delle ore lavorative totali, oggi realizzato solo in minima parte. È un numero che spaventa. Ma va letto con attenzione. Come ha precisato il Direttore dell’Osservatorio, Giovanni Miragliotta, l’invecchiamento della popolazione italiana genererà un gap di 5,6 milioni di posti equivalenti entro lo stesso orizzonte temporale. In questa prospettiva, i 3,8 milioni automatizzati diventano quasi una risposta a un problema demografico, più che una minaccia.

Il World Economic Forum, nel suo Future of Jobs Report 2025, offre una lettura simile su scala globale: entro il 2030, si perderanno 92 milioni di posti ma ne nasceranno 170 milioni. Saldo netto: +78 milioni. L’apocalisse occupazionale, almeno nelle proiezioni, non è scritta. È scritta però la trasformazione. E la trasformazione, per chi non è pronto, è equivalente a una perdita.

La questione non è se l’AI cambierà il lavoro. È se noi saremo pronti quando lo farà.

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Vediamo chi rischia di più

L’AI Shock Index Report di Mia Academy (gennaio 2026) classifica il rischio di automazione delle professioni su una scala da 1 a 5. Non sono lavori manuali. Sono lavori d’ufficio. Colletti bianchi. Il “ceto medio” dell’occupazione italiana. L’AI non attacca le fabbriche: attacca gli uffici.

Profilo professionaleSettoreRischioMinaccia principale
Addetto data entry / trascrizioniTutti🔴 Critico (5/5)OCR, NLP, automazione documenti
Operatore telemarketing / customer serviceCommerciale / Servizi🔴 Critico (5/5)Chatbot, voicebot, LLM
Addetto verifica documentale e archiviLegale / Amm.vo🔴 Critico (5/5)Legal AI, document review
Impiegato back officeAmministrativo🟠 Alto (4/5)RPA, automazione processi
Contabile juniorContabilità / Finanza🟠 Alto (4/5)Software contabili AI, GenAI
Operatore di sportello / cassiereBanche / Retail🟠 Alto (4/5)Self-service, banking digitale
Traduttore / Copywriter genericoComunicazione🟡 Medio-Alto (3/5)Traduzione AI, generatori testo
Paralegal / Praticante legaleLegale🟡 Medio-Alto (3/5)Contract review AI, LegalAI
Analista finanziario entry-levelFinanza🟡 Medio-Alto (3/5)AI predictive analytics
Sviluppatore / programmatore juniorTech🟡 Medio-Alto (3/5)AI code generation (Copilot ecc.)

Fonti: AI Shock Index Mia Academy (gen. 2026), WEF Future of Jobs 2025, Brookings Institution, Deloitte.

La logica è chiara: l’AI aggredisce prima i compiti ripetitivi, standardizzabili, governati da regole fisse. Tutto ciò che segue una procedura definita è potenzialmente automatizzabile. Tutto ciò che richiede giudizio, relazione, creatività, imprevedibilità — per ora — regge.

Ma attenzione: Deloitte stima che nei prossimi dieci anni fino al 50% delle attività contabili tradizionali potrebbe essere sostituito da sistemi AI. E l’analisi dell’Osservatorio PoliMI ha rilevato che nel 2025 il 76% degli annunci di lavoro per profili white-collar ad alta qualificazione include già competenze AI tra i requisiti — non tra le preferenze, tra i requisiti. La soglia d’ingresso al mercato si sta alzando, in silenzio, molto in fretta.

La finestra si chiude: cosa succederà tra il 2025 e il 2030

I prossimi cinque anni sono decisivi. Il punto di svolta atteso attorno al 2030 è quello in cui l’AI cessa di essere sperimentazione e diventa infrastruttura. In quel momento le imprese potranno razionalizzare davvero i costi del personale: riduzione dei livelli intermedi, riorganizzazione dei team in chiave AI-assisted, apertura di piani collettivi in cui la motivazione tecnologica sarà esplicita.

Chi non si è aggiornato entro allora rischia di trovarsi fuori mercato. Non domani. Ma tra non molto.

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A livello individuale: formare, aggiornarsi, ibridarsi

Il World Economic Forum stima che 59 lavoratori su 100 avranno bisogno di riqualificazione entro il 2030. Di questi, 11 non la riceveranno mai — traducendosi in oltre 120 milioni di lavoratori a rischio a livello globale. Sono quei 11 il problema sociale che nessuno vuole affrontare apertamente.

Per chi può scegliere — e la maggior parte di noi può — la direzione è una sola: competenze ibride. Non si tratta di diventare ingegneri informatici. Si tratta di imparare a lavorare con l’AI: capirne il funzionamento, integrarla nel proprio ruolo, aggiornarsi sugli strumenti del proprio settore.

L’OCSE prevede che entro il 2030 il 63% dei lavoratori dovrà aggiornare le proprie competenze almeno una volta ogni cinque anni. Non è un’opzione. È la nuova normalità professionale.

Le competenze da sviluppare si articolano su due livelli:

  • Livello tecnico-funzionale. Saper usare gli strumenti AI nel proprio settore di riferimento. Comprendere le logiche di automazione dei processi. Padroneggiare prompt engineering e workflow AI per aumentare la propria produttività.
  • Livello umano e strategico. Pensiero critico. Problem solving complesso. Intelligenza emotiva. Comunicazione. Leadership. Tutto ciò che l’AI non replicherà mai davvero, perché richiede contesto, relazione, responsabilità etica.

A livello organizzativo: smettere di aspettare

Le aziende italiane sono in ritardo strutturale. Solo il 7% delle piccole imprese e il 15% delle medie ha avviato progetti concreti di AI. L’83% delle aziende italiane dichiara difficoltà a trovare personale con competenze AI adeguate — contro il 72% della media globale. Il gap è reale e si allarga.

Il 77% dei datori di lavoro globali ha dichiarato di voler investire in programmi di aggiornamento. Ma voler investire e investire sono cose diverse. Chi non lo fa oggi paga con la competitività di domani.

Nel mio lavoro con studi professionali e PMI, lo vedo ogni settimana. Le organizzazioni che stanno costruendo un vantaggio reale non sono quelle che hanno acquistato la licenza di ChatGPT. Sono quelle che hanno formato le persone a usarla bene, che hanno ridisegnato i processi attorno all’AI, che hanno capito che la tecnologia da sola non cambia niente. Cambia il modo in cui le persone la utilizzano.

A livello sociale: una questione di equità

C’è un tema che il dibattito tecno-entusiasta tende a glissare. Non tutti possono riqualificarsi con la stessa facilità. Un cinquantenne operaio di una linea produttiva ha percorsi diversi da un trentenne laureato di Milano.

In Italia, solo il 37,6% degli occupati ha partecipato ad attività di formazione continua nel 2022. Francia era al 49,9%. Spagna al 48,5%. Siamo ultimi anche qui.

Le politiche pubbliche hanno un ruolo determinante: formazione finanziata, incentivi al reskilling, fondi interprofessionali attivi, ammortizzatori sociali pensati per la transizione tecnologica. Non sono lussi. Sono strumenti di prevenzione. E il tempo stringe.

Conclusione: l’AI non è il problema. Il non aggiornarsi lo è.

L’intelligenza artificiale non è una minaccia in sé. È uno strumento potente, neutro, che amplifica ciò che portiamo in tavola. Chi porta competenze aggiornate, pensiero critico, capacità relazionale — l’AI lo rende più forte. Chi porta solo mansioni standardizzabili — l’AI lo rende sostituibile.

La scelta non è tra AI e nessuna AI. È tra adattarsi o restare fermi mentre il mondo cambia attorno a noi. Ogni rivoluzione tecnologica della storia ha distrutto lavori e ne ha creati di nuovi. La differenza, questa volta, è la velocità. Non abbiamo decenni per adattarci. Abbiamo anni. Forse cinque. Forse meno.

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Mario Alberto Catarozzo - Founder Partner & CEO MYPlace Communications

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    Mario Alberto Catarozzo

    Formatore, Business Coach professionista e Consulente, è specializzato nell’affiancare professionisti, manager e imprenditori nei progetti di sviluppo e riorganizzazione.

    È fondatore e CEO di MYPlace Communications, società dedicata al marketing e comunicazione nel business. Nella sua carriera professionale è stato dapprima professionista, poi manager e infine imprenditore. Per questa ragione conosce molto bene le dinamiche aziendali e del mondo del business. Si è formato presso le migliori scuole di coaching internazionali conseguendo le maggiori qualifiche del settore.

    Collabora con Enti, Istituzioni e Associazioni professionali e di categoria e lavora con aziende italiane e internazionali di ogni dimensione, dalle pmi alle multinazionali.
    È autore di numerosi volumi dedicati agli strumenti manageriali e di crescita personale e professionale. È direttore della collana Studi Professionali di Alpha Test Editore e autore de “L’evoluzione delle professioni verso il 2030” edito da TeleConsul Editore.
    È Docente di Intelligenza Artificiale e collabora con Università – docente universitario a contratto in “Management della Trasformazione Digitale” presso la UNICUSANO e in “Human Resource Management” presso UniEticPmi dell’Università degli Studi Guglielmo Marconi. Collabora con Enti, Quotidiani, Editori sui temi dell’intelligenza artificiale e tematiche manageriali per gli studi professionali e le imprese. È stato Professional Certified Coach (PCC), è oggi associato alla ICF Global International (ICF).

    Per sapere di più sulle attività di formazione, coaching, consulenza e marketing visita i siti: www.myp.srl – www.mariocatarozzo.it – www.puntosudime.it. Per info e contatti: m.catarozzo@myp.srl.