Ad agosto la casella di posta di uno studio si riempie di due cose: le richieste dei clienti, nonostante sia agosto, e le newsletter sulla rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale. Di queste ultime troviamo annunci e video che promettono un parere scritto in tre minuti, il collega che giura di aver dimezzato i tempi di redazione, il webinar gratuito che annuncia “lo strumento davvero indispensabile”. Ma sarà tutto vero?
Il problema vero da risolvere prima della ripresa estiva, però, è un altro: come utilizzeremo le nuove tecnologie in studio? Abbiamo un progetto per introdurre l’AI nei flussi di lavoro in modo efficace e sicuro? Sono preparate le nostre persone a questo salto di mentalità?
L’adozione c’è, ma non è quella che vi raccontano
L’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale del Politecnico di Milano ha fotografato la situazione in un report diffuso a inizio luglio 2026: l’Intelligenza Artificiale non integrata nei gestionali è utilizzata dal 36% degli avvocati, dal 39% dei commercialisti, dal 42% dei consulenti del lavoro. Solo tra i grandi studi multiprofessionali si sale al 62%. Numeri in crescita, anche se lontani dal “tutti la stanno già usando” che circola nei convegni di settore.
C’è un secondo dato, e vale più del primo: tra il 76% e l’84% di chi la usa la giudica positivamente per il futuro dello studio, ma l’uso reale resta concentrato su ricerca, sintesi documentale, traduzioni, prime bozze di pareri. Non, dunque, sull’organizzazione dello studio, sul modo di seguire il cliente, sul modello di business, cioè i veri utilizzi che farebbero davvero la differenza tra un prima e un dopo. Ancora oggi, la maggior parte delle persone usa l’Intelligenza Artificiale come un assistente più veloce e non come una leva di cambiamento (la differenza tra comprare un’auto sportiva e usarla per andare a fare la spesa).
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L’obbligo non è nel 2027: è già del 2025
Ed ecco il punto che nessuna content creator che trovate su YouTube mette opportunamente in evidenza: si continua a parlare dell’Intelligenza Artificiale come di una frontiera regolatoria ancora lontana, tutta rimandata al futuro, ma non è così. La legge 132 del 23 settembre 2025, in vigore dal 10 ottobre, ha già introdotto per le professioni intellettuali un obbligo preciso: l’articolo 13 stabilisce che l’uso dell’Intelligenza Artificiale resta strumentale e di supporto – con prevalenza del lavoro intellettuale del professionista – e impone di comunicare al cliente, con linguaggio chiaro, semplice ed esaustivo, l’utilizzo di sistemi di Intelligenza Artificiale nella prestazione. Non una buona pratica consigliata, ma un obbligo di legge, in vigore da mesi, che riguarda l’avvocato che fa ricerca con un assistente AI, il commercialista che genera una prima bozza di relazione, il consulente del lavoro che redige un parere con il supporto di un modello linguistico. Il Consiglio Nazionale Forense, non a caso, ha già diffuso agli Ordini territoriali un modello di informativa da far sottoscrivere al cliente. La norma è entrata nella prassi degli Ordini. Non è più solo un articolo di legge da conoscere per sentito dire.
C’è dell’altro, ed è ancora precedente. Dal 2 febbraio 2025 il Regolamento europeo sull’Intelligenza Artificiale – l’AI Act – ha reso operativo l’obbligo di alfabetizzazione: chi utilizza sistemi di Intelligenza Artificiale nella propria attività, anche un solo abbonamento a un assistente conversazionale, deve garantire un livello adeguato di competenza a chi lo utilizza. Da un anno e mezzo, non da domani. Poi ci sono stati ulteriori sviluppi con il Digital Omnibus di maggio 2026, che ha ammorbidito l’obbligo, ma che, di fatto, anche per la legge italiana resta tale, soprattutto per chi si occupa di determinati ambiti (giustizia, lavoro, scuola, credito, sanità etc.). Insomma, è facile fare video e newsletter sensazionistiche promettendo che l’AI può fare miracoli, meno facile è inserire questa parte in un contesto regolatorio fatto di responsabilità, tutele, consapevolezza e competenze.
Quanti studi hanno già un’informativa pronta per il cliente? Quanti hanno dedicato anche solo un’ora alla formazione minima dei collaboratori su come e quando si usa l’Intelligenza Artificiale? Pochi, a giudicare da quello che vediamo entrando negli studi ogni settimana.

Le tre verifiche di un pomeriggio, non il prossimo abbonamento
Vediamo allora concretamente cosa controllare prima di settembre. Non vi propongo di leggere un manuale sull’Intelligenza Artificiale sotto l’ombrellone: sarebbe l’ennesimo cliché da “ferie produttive”, e di quelli ne avete già abbastanza. Tre verifiche. Si fanno in un pomeriggio, non in un mese.
- Primo: controllate se esiste già, nel vostro studio, un’informativa scritta sull’uso dell’Intelligenza Artificiale da consegnare al cliente. Se non esiste, va scritta prima di riaprire.
- Secondo: fate l’elenco di chi, in studio, userà l’Intelligenza Artificiale nei prossimi mesi. Non serve un corso di dieci ore. Serve la certezza che chi la usa sappia almeno cosa sta facendo, quali dati sta caricando, quali errori un modello linguistico può produrre senza avvertirvi.
- Terzo: (e qui torniamo al rumore di fondo da cui siamo partiti) prima di abbonarvi al prossimo strumento miracoloso, chiedetevi se risolve un problema che avete davvero, o se lo state comprando perché lo ha comprato il collega. La differenza, a fine anno, si vede nel conto economico dello studio.
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Settembre non aspetta chi arriva pronto sulla carta. Aspetta chi, ad agosto, ha avuto il coraggio di distinguere quello che è vero da quello che viene promesso, di investire tempo e risorse nel sapere e nel saper fare, insieme (preferibilmente) a tutto il team di studio.
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