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Negli studi legali l’AI passa da “praticante digitale” a infrastruttura professionale

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Torniamo a parlare di studi legali e di intelligenza artificiale che sta accelerando il suo ingresso nelle compagini organizzative di ogni dimensione.

Da qui ai prossimi anni le sorti degli studi legali italiani saranno legate a una distinzione cruciale: la differenza tra usare l’intelligenza artificiale e integrarla nei processi di lavoro. Anzi, per essere più precisi, la vera sfida non sarà neppure più integrare l’AI nei flussi di lavoro, ma rivedere tutta l’organizzazione dello studio intorno all’intelligenza artificiale. Questo è un vero e proprio cambio di prospettiva, dove al centro non c’è più lo studio che aggiungerà questa nuova tecnologia nel suo lavoro, ma al centro ci sarà questa nuova tecnologia che costringerà a rivedere intorno ad essa l’intera organizzazione. Insomma, quel cambio di paradigma epocale è qui.

Usare l’AI in qualche modo è tutto sommato facile. Basta un account e si comincia. Integrarla, invece,  richiede una scelta strategica precisa: capire dove, come e con quale strumento l’AI entra nel flusso di lavoro reale dello studio, modificando i processi, i tempi, i ruoli e il modello economico sottostante. Una svolta mai vita prima.

I numeri che cambiano il quadro

Il Clio Legal Trends Report 2024 – uno dei rapporti annuali più citati nel settore legale internazionale – ha documentato un salto che ha pochi precedenti nella storia della tecnologia professionale: l’utilizzo dell’AI da parte dei professionisti legali è passato dal 19% del 2023 al 79% del 2024, in un solo anno. Una crescita che, come ha commentato Jack Newton, CEO di Clio, “ha raggiunto in dodici mesi quello che il cloud aveva impiegato un decennio a ottenere.”

Lo stesso report calcola che fino al 74% delle attività fatturabili a ore negli studi legali ha potenziale di automazione tramite AI, con punte dell’86% per attività di documentazione e registrazione.

Il mercato globale del legal tech vale già 34 miliardi di dollari nel 2025 e, secondo Mordor Intelligence, è proiettato a quasi 72 miliardi entro il 2031, con un tasso di crescita annuo del 13,2%. Non è più una nicchia, dunque, ma un vero e proprio settore.

Il punto non è spaventare. Il punto è: tutti questi obblighi si rispettano facilmente, se hai governato il processo prima. Si rispettano in modo costoso, lento e umiliante se ti accorgi del problema dopo.

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Il contesto italiano: più cauto, ma in rapido movimento

L’Italia si muove con una velocità diversa. Secondo l’Osservatorio Innovazione del Politecnico di Milano (2024), la diffusione di tecnologie negli studi legali di media dimensione è ancora inferiore al 10%. Un dato che dice tutto sulla distanza tra la retorica dell’innovazione e la realtà operativa di molti studi. Eppure il cambiamento è già in atto.

Nel solo 2025 sono emerse decine di startup italiane nel legal tech, con un focus specifico sull’efficienza piuttosto che sulla sostituzione del professionista. Analisi e revisione contrattuale, automazione documentale, supporto alla compliance, drafting assistito di pareri e memorie: queste sono le aree di applicazione più diffuse, come documenta il report “Il Legal Tech in Italia” di 4cLegal (aprile 2025).

Sul fronte normativo, l’Italia si è mossa prima di molti altri paesi europei. La Legge 132/2025, in vigore dal 10 ottobre 2025, è la prima legge organica sull’AI in Europa e introduce — all’articolo 13 — l’obbligo per i professionisti di informare i clienti sull’uso dei sistemi di intelligenza artificiale. Il Consiglio Nazionale Forense ha già predisposto un modulo informativo tipo, distribuito a tutti gli ordini nazionali.

Strumenti verticali: perché i generalisti non bastano

Qui sta il punto cruciale, quello che molti studi italiani ancora sottovalutano. ChatGPT e i modelli linguistici generalisti sono strumenti potenti, ma nel contesto legale presentano un problema strutturale: allucinano. Generano riferimenti normativi inesistenti, citano sentenze mai emesse, inventano numerazioni di articoli. In Italia, un atto giudiziario basato su una sentenza inesistente può esporre l’avvocato a sanzioni ai sensi dell’articolo 96 del codice di procedura civile. Casi di questo tipo sono già stati documentati, sia in Italia che negli Stati Uniti.

La risposta del mercato è stata netta: proliferazione di strumenti verticali, progettati specificamente per il settore legale, con architetture che collegano i modelli linguistici a database giuridici istituzionali verificati, eliminando il rischio di allucinazione alla radice.

Harvey – il nome di punta del legal tech internazionale – ha raggiunto 100 milioni di dollari di ARR nell’agosto 2025, con oltre 500 clienti in 54 paesi e il 50% degli studi AmLaw 100 tra i propri clienti, con una valutazione che ha toccato gli 8 miliardi di dollari a fine 2025. I suoi utenti attivi settimanali sono quadruplicati in un anno. Questi numeri non si spiegano con l’entusiasmo per la novità tecnologica. Si spiegano con risultati misurabili nei flussi di lavoro reali.

In Italia, il segmento si sta strutturando. Lexroom.ai – startup milanese fondata nel 2023 e partecipata da Vento Ventures – ha chiuso a marzo 2025 un round seed da 2 milioni di euro, raggiungendo oltre 10.000 professionisti utenti. Offre ricerca su fonti verificate, analisi documentale e redazione assistita, con integrazione nativa in Microsoft Word e conformità ISO 27001, GDPR e AI Act. A un prezzo di accesso da 75 euro al mese: meno di un’ora di consulenza. Sulla stessa linea Simpliciter – con oltre 25.000 professionisti registrati e architettura RAG che ancora ogni risposta a database istituzionali reali – e Aptus.AI, con focus sull’analisi documentale per studi e corporate legal department.

Un altro strumento specialistico per il settore legale è XLegal di 4cAi, società del gruppo 4C, di cui è capo 4cLegal. Funzioni agentiche d’avanguardia, ricco data base normativo e giurisprudenziale e grande attenzione alle novità di settore.

Il Wolters Kluwer Future Ready Lawyer 2024 conferma il trend: il 65% dei professionisti legali prevede di aumentare gli investimenti in AI nei prossimi tre anni. Non in strumenti generici. In soluzioni che risolvono problemi specifici: revisione contrattuale più rapida, ricerca giurisprudenziale affidabile, automazione di attività ripetitive ad alto volume. Libra, la recente acquisizione del gruppo internazionale Wolters Kluwer ha lanciato nella primavera 2026 Libra per studi legali dedicato al mercato giuridico italiano con ottimi riscontri degli studi legali.

La vera domanda: processo o strumento?

Fin qui i passi il mercato legale italiano, con i propri tempi, li sta facendo. Il principale errore strategico che però vedo ancora negli studi professionali italiani è pensare che adottare l’AI significhi acquisire uno strumento. Comprare una licenza e aggiungere un’app al flusso di lavoro.

Non funziona così.

Il vantaggio competitivo non viene dallo strumento in sé – Harvey, Lexroom, XLegal, Libra, piuttosto che un generalista come  ChatGPT o Claude di Anthropic – ma dalla capacità dello studio di riprogettare i propri processi intorno a queste tecnologie. Significa chiedersi: quali attività nel mio studio consumano il maggior tempo con il minor valore strategico? Dove l’errore umano è più probabile e più costoso? Dove posso aumentare la capacità produttiva senza aumentare l’organico?

I dati Clio mostrano che fino al 74% del lavoro fatturabile a ore ha potenziale di automazione. Gartner stima che entro il 2026 un quarto delle bozze contrattuali sarà generato da applicativi AI. Il World Economic Forum aveva già previsto che il tempo dedicato alla correzione e revisione documentale si sarebbe ridotto del 35% grazie all’automazione.

Questo non significa che l’avvocato verrà sostituito. Significa che l’avvocato che usa bene l’AI sarà in grado di gestire un volume di lavoro più alto, con margini migliori, commettendo meno errori nelle attività ripetitive e dedicando più tempo a quello che davvero non può essere automatizzato: il giudizio professionale, la relazione con il cliente, la strategia difensiva, la negoziazione.

Come indica chiaramente la Legge 132/2025 e come ribadisce il CNF nel suo modello informativo: “l’avvocato resta pienamente responsabile” di ogni atto professionale, indipendentemente dagli strumenti usati per produrlo. La tecnologia amplifica le capacità. Non trasferisce la responsabilità.

Cosa fare, adesso

Gli studi legali italiani che vogliono costruire un vantaggio competitivo reale nei prossimi due anni hanno davanti a sé una scelta concreta, non teorica.

Non si tratta di decidere se adottare l’AI. Si tratta di decidere come farlo in modo strutturato: mappare i processi ad alto volume e bassa complessità decisionale, identificare i punti di attrito più costosi in termini di tempo, scegliere strumenti verticali progettati per il contesto giuridico italiano con le necessarie garanzie di conformità, formare i professionisti all’uso critico (non passivo) di questi strumenti, e ridisegnare il modello di valorizzazione del lavoro, considerando che l’ora fatturata su una bozza contrattuale automatizzabile difficilmente reggerà al confronto con uno studio che quella bozza la produce in dieci minuti.

Il mercato si sta selezionando. Chi ha già riprogettato i propri processi intorno all’AI sta producendo di più, con meno errori, a costi marginali inferiori. Chi aspetta che “la tecnologia maturi ancora un po'” sta cedendo terreno su ogni pratica aperta.

L’AI negli studi legali non è più il “praticante digitale” da tenere in prova. È diventata infrastruttura professionale. E come ogni infrastruttura, chi la costruisce bene ha un vantaggio che si accumula nel tempo. Chi la ignora affronta una ristrutturazione sempre più costosa.

Il vero punto non è più chiedersi se “dobbiamo usare l’AI?”, bensì “come stiamo riprogettando lo studio intorno ad essa?“. Prima chiariamo a noi stessi questo e prima metteremo mano alla riprogettazione del lavoro nella nuove era dell’intelligenza artificiale.

Docente: Mario Alberto Catarozzo
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Mario Alberto Catarozzo

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Mario Alberto Catarozzo - Founder Partner & CEO MYPlace Communications

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    Mario Alberto Catarozzo

    Formatore, Business Coach professionista e Consulente, è specializzato nell’affiancare professionisti, manager e imprenditori nei progetti di sviluppo e riorganizzazione.

    È fondatore e CEO di MYPlace Communications, società dedicata al marketing e comunicazione nel business. Nella sua carriera professionale è stato dapprima professionista, poi manager e infine imprenditore. Per questa ragione conosce molto bene le dinamiche aziendali e del mondo del business. Si è formato presso le migliori scuole di coaching internazionali conseguendo le maggiori qualifiche del settore.

    Collabora con Enti, Istituzioni e Associazioni professionali e di categoria e lavora con aziende italiane e internazionali di ogni dimensione, dalle pmi alle multinazionali.
    È autore di numerosi volumi dedicati agli strumenti manageriali e di crescita personale e professionale. È direttore della collana Studi Professionali di Alpha Test Editore e autore de “L’evoluzione delle professioni verso il 2030” edito da TeleConsul Editore.
    È Docente di Intelligenza Artificiale e collabora con Università – docente universitario a contratto in “Management della Trasformazione Digitale” presso la UNICUSANO e in “Human Resource Management” presso UniEticPmi dell’Università degli Studi Guglielmo Marconi. Collabora con Enti, Quotidiani, Editori sui temi dell’intelligenza artificiale e tematiche manageriali per gli studi professionali e le imprese. È stato Professional Certified Coach (PCC), è oggi associato alla ICF Global International (ICF).

    Per sapere di più sulle attività di formazione, coaching, consulenza e marketing visita i siti: www.myp.srl – www.mariocatarozzo.it – www.puntosudime.it. Per info e contatti: m.catarozzo@myp.srl.