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20 Maggio 2016

Causa che pende causa che rende

Era questa la massima che per generazioni ha accompagnato la professione forense. L’avvocato “azzeccagarbugli” di manzoniana memoria non è poi così lontano nel tempo. La Corte di Cassazione con sentenza del 12 maggio 2016 specifica a chiare lettere che


“l’avvocato ha l’obbligo di non consigliare azioni inutilmente gravose e
informare il cliente sulle caratteristiche della controversia”


Insomma, un monito chiaro verso coloro che della lite ne hanno fatto un business. Se mettiamo insieme questo ultimo tassello con le pratiche che negli ultimi anni stanno cercando di far breccia nelle abitudini italiche – ci riferiamo alla mediazione civile e commerciale, alla mediazione familiare, al diritto collaborativo, alle ADR, alla negoziazione assistita – possiamo decisamente intravedere un cambio di tendenza nella mentalità dei cittadini e dei professionisti: negoziare e saper comporre i conflitti sembra oramai la soluzione migliore da praticare.

I cambiamenti per la professione in Italia

Ma a che punto siamo in Italia? Pare che su questo percorso siamo solo all’inizio, visti i dati della giustizia e le statistiche italiane ed europee sul numero dei processi pendenti (lo so, le cause sono molteplici e la giustizia è una macchina farraginosa che non funziona sotto molti punti di vista).

Ciò di cui possiamo essere certi è che il vecchio detto “causa che pende, causa che rende” non funzionerà più in futuro, sia perché la causa che pende rende sempre meno, sia perché la mentalità di clienti e operatori del diritto è volta verso una semplificazione al posto di una complicazione delle risoluzioni delle liti. Una nuova mentalità, insomma, si sta affacciando all’orizzonte, chissà se ne vedremo l’applicazione in questa o nella prossima generazione di professionisti.

Mario Alberto Catarozzo

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